Opposta o schiacciatrice? Julio Velasco ci sta ancora pensando su, ma domani a Goteborg contro la Croazia scioglierà le riserve sul ruolo di Kate Antropova nell’Europeo che arriva dopo gli ori olimpico e mondiale. L’estate era partita con l’esperimento Antropova schiacciatrice – che avrebbe permesso alla Nazionale di giocare con lei ed Egonu insieme – ma il c.t. non era convinto degli equilibri tattici. Nel prosieguo della Nations League, tornata opposta, l’italo-russa sembrava avesse anche rubato il posto a Egonu, ma nell’ultima amichevole contro la Polonia, complice il brutto infortunio a Loveth Omoruyi, per la prima volta le abbiamo viste davvero insieme. Ed è andata bene.
Kate, in che ruolo giocherà?
«Chiedetelo a Julio. È stata un’estate diversa. L’ho chiamata "estate dei cambiamenti" (dopo l’Europeo andrà a Istanbul, all’Eczacibasi, ndr). All’inizio ho giocato schiacciatrice, un ruolo nuovo e fuori dalla zona di comfort per me. Poi Julio ha ritenuto di farmi tornare opposta. Infine, a sorpresa, mi ha chiesto di giocare schiacciatrice contro la Polonia. Non me l’aspettavo neanche io, ma gli ho detto subito sì. Se per vincere serve che io sia la migliore portaborracce del mondo, sono disposta a farlo».
Come si trova da schiacciatrice?
«Contro la Polonia, non essendomi allenata per un mese e mezzo in quel ruolo, non avevo particolari pressioni. In generale, sono e sarò sempre molto esigente con me stessa. E questo a volte è un bene, altre un po’ meno».
Si aspettava di giocare titolare anche con il ritorno di Egonu?
«Non ci pensavo. Ho solo cercato di onorare al massimo la fiducia di Julio. Abbiamo la fortuna di essere una squadra di altissimo livello. Sapere che se sei in giornata no, hai compagne così forti, ti fa stare più serena».
Il suo rapporto con Egonu è cambiato in questi anni?
«Nello spogliatoio si creano sempre legami di diverso genere. Ci sono compagne come Sarah Fahr, Stella Nervini, Gaia Giovannini, Linda Nwakalor con cui nascono amicizie forti. Con Paola siamo compagne di squadra».
Quello con sua mamma, invece, è sempre più forte. Sembrate sorelle.
«Quando ci siamo trasferite in Italia vivevamo l’una per l’altra. Eravamo noi due contro il mondo e questo ha contribuito a cementare un rapporto che ora è roccia. L’anno prossimo dovrà viaggiare di più e potrà godersi qualche buon cay (il tè turco, ndr) con vista sul Bosforo. In tanti mi chiedono se si trasferirà. Direi proprio di no, ha già cambiato vita una volta per me».
A ognuna di voi Velasco ha regalato due libri. Per lei Finzioni di Borges e La ragazzina di Valeria Parrella. Le ha spiegato perché?
«Per La ragazzina non ho dubbi: non sono mai stata brava a nascondere il mio lato femminista e so di essere insopportabile, a tratti. Lui cerca di entrare sempre più nel nostro mondo, di conoscere le persone che siamo, i nostri interessi. E, a prescindere dalle ragioni, i libri sono i regali più belli e ti permettono di capire la percezione che ha di te chi te li regala».
Li sta già leggendo?
«Ho quasi finito La ragazzina e mi sta piacendo moltissimo. Mi colpisce la riflessione sulla guerra, visto anche il momento terribile che stiamo vivendo».
E lei che ricordi ha della ragazzina che, adolescente, si trasferì in Italia da San Pietroburgo?
«Per fortuna, non ero molto consapevole di quello a cui andavo incontro, altrimenti non l’avrei fatto. Trasferirsi in un posto in cui non conosci nessuno, in cui tutti parlano una lingua diversa dalla tua, hanno abitudini diverse è stato traumatico, sebbene l’Emilia Romagna sia tanto accogliente. Ma la lingua della pallavolo è universale: mi ha aiutato a integrarmi e diventare quella che sono. Ci è voluto molto coraggio, da parte mia e della mia famiglia, ma quando sono salita sul gradino più alto del podio olimpico mi sono sentita completamente ripagata e ho pensato: "Forse aveva tutto un senso”».
Oggi con che occhi guarda il mondo attorno a lei?
«Il momento storico non è dei migliori. I nostri giorni trascorrono in un clima di costante incertezza e tentativi di prevaricazione, con tanti, troppi fronti di guerra aperti. E non dobbiamo dimenticare di essere privilegiati, perché abbiamo la fortuna di vivere in una parte di mondo tutto sommato sicura».
Anche sui temi della guerra, così come del femminismo, sembra ci sia molta più consapevolezza e partecipazione civile di prima.
«La comunicazione viaggia molto più veloce che prima, è molto più facile informarsi. Ma l’altra faccia della medaglia è che ognuno di noi vive nella bolla che si costruisce ed è raggiunto quasi esclusivamente dalle informazioni che va a cercare. È fin troppo semplice pensare che tutti la pensino come te. E quindi è facile che qualcuno creda, per esempio, che non sia più necessario lottare per i diritti delle persone omosessuali perché sono stati fatti grossi passi avanti. E così anche per tanti altri temi. La verità è che non bisogna mai allentare la presa, altrimenti si precipita indietro di decenni».
A proposito di guerra, come vede il ritorno della Russia alle competizioni sportive internazionali?
«Per quanto non conosca personalmente le ragazze della Nazionale femminile russa, dal punto di vista umano sono felice per loro perché potranno coronare il loro sogno. D’altra parte, la Russia tornerà a essere un’avversaria fortissima per noi, già al prossimo Mondiale».
Tornando al volley, ha chiesto aiuto al suo mental coach per gestire questo Europeo?
«Il nostro è un percorso continuo. Mi ha aiutato tanto anche in questo anno di cambiamenti. La cosa più importante è la costanza e la capacità di relativizzare tutto. Dietro un’atleta c’è una donna che vive la sua vita e ciò che le accade potrebbe influenzare le sue prestazioni sportive. Anche il cambio di ruolo è stato un passaggio cruciale. Abbiamo lavorato sulla velocità di elaborazione del movimento, sulla concentrazione e sul saper reagire nei momenti di stanchezza fisica o mentale per evitare infortuni. È bello conoscersi e sapere che puoi essere semplicemente tu a darti una mano».