Una porta sull’Asia per le imprese italiane, una porta sull’Italia per i capitali di Singapore per lo sviluppo. È la sintesi dell’accordo strategico siglato fra Fsi e Temasek, che verrà annunciato oggi, lunedì 28 settembre. La società d’investimento di Singapore, già azionista in Italia di Zegna, Moncler e Golden Goose (oltre che in via indiretta di Tod’s e Kiko) e già investitore dei fondi di Fsi, entra con il 9% in Fsi, la società italiana di private equity fondata e guidata dall’amministratore delegato Maurizio Tamagnini, con in portafoglio aziende come Bancomat, Kedrion (plasma), Casalasco (Pomì e De Rica), Numia (pagamenti digitali), Missoni. Insieme i due gruppi avranno circa due miliardi di capitale da investire in un bacino di diecimila aziende italiane.È un passo significativo per Fsi, indicato in febbraio dall’Università di Harvard in un case study come «il più grande fondo europeo dedicato a un solo Paese, l’Italia».
Una mossa in controtendenza, in un momento in cui l’afflusso di capitali esteri non è scontato e la raccolta del private equity è in forte calo (-60% nel primo semestre dal gennaio-giugno 2025, dati Aifi Pwc). «Lavoriamo con Temasek da 15 anni, abbiamo costruito un rapporto fiduciario — dice Tamagnini —. Condividiamo il modello culturale d’investimento, con l’imprenditore al centro del progetto e strategia di lungo periodo. Investimenti non basati sul debito, ma sul capitale per la crescita di trasformazione, organica e per acquisizioni».
«Siamo un investitore globale attento all’Europa e in particolare all’Italia — dice Nagi Hamiyeh, presidente di Temasek Global Investments, ex Credit Suisse First Boston e Bain, che il 22 settembre era a Milano —. Ci focalizziamo su pochi mercati dove l’opportunità è alta e possiamo portare valore: come l’Italia con la sua industria, la sua manifattura, le sue imprese familiari. Qui abbiamo una forte esposizione sul lusso, ma guarderemo anche ad altri settori come aerospazio, difesa, automazione, scienze della vita. Continuiamo a investire, in modo coerente, anche se altri non lo fanno. Questo è un buon momento per rafforzarci nel mercato».
Temasek si affianca nel capitale di Fsi a Magenta 71, la società dei manager, che lima la propria quota e resta in maggioranza. Il 9,9% è della Ion di Andrea Pignataro. Il 22 settembre è stato lanciato il fondo Fsi Scale Up Capital Solutions, per lo sviluppo delle piccole e medie imprese ad alta crescita.«Investirà in aziende e tecnologie innovative nei settori life science, agri-food, robotica, difesa e cybersecurity», dice Tamagnini. Con una dotazione obiettivo di un miliardo, il nuovo fondo porterà a oltre cinque miliardi il capitale complessivamente gestito dal team. Dopo avere supportato la crescita di 25 aziende con oltre 15 miliardi di fatturato aggregato e 80 mila dipendenti, Fsi ha ancora due miliardi da investire nelle medie aziende familiari italiane. Si aggiunge l’ampia dotazione di Temasek per i co-investimenti.
«Ci sono diecimila aziende italiane target, in cui possiamo investire con questa partnership — dice Tamagnini —. Dopo 15 anni di track record con alti risultati, come dimostra l’alleanza siglata con Temasek, l’auspicio è di salire a dieci miliardi di dotazione per Fsi nel prossimo ciclo».
L’obiettivo sono imprese con ricavi fra i 70 e i 200 milioni e un margine operativo lordo di 10-30 milioni. Imprese esportatrici, familiari, dove entrare in minoranza. Fsi, fra l’altro, è socio fondatore di Tef, la Tech Europe Foundation per il trasferimento tecnologico, con Polimi, Bocconi, Ion, camere di commercio e Fondazione Doris.: «Ha già raccolto 130 milioni e supportato oltre 600 giovani aspiranti imprenditori».
Del patto con Temasek, il ceo di Fsi sottolinea «la volontà, da una parte e dall’altra, di accompagnare gli imprenditori in progetti di lungo periodo» e cita due esempi: per Fsi, l’investimento in Kedrion a fianco della famiglia Marcucci dal 2012, 15 anni (ha circa il 15%). Per Temasek, Moncler con la famiglia Ruffini, dal 2016: dieci anni (4,51%). «Abbiamo lo stesso Dna nell’approccio alle aziende familiari — conferma Hamiyeh —. Fsi è il più grande fondo europeo dedicato a un singolo Paese, l’Italia, e questo è importante per noi. Faremo un lavoro complementare, la loro presenza locale completa la nostra posizione internazionale. Insieme possiamo aiutare le Pmi italiane a diventare campioni globali».
L’accordo è un segnale per l’industria, ma anche per il private equity. «L’Italia pesa per circa il 12% sul Pil europeo ma rappresenta solo il 6% degli investimenti europei in private equity, la metà — dice Tamagnini —: questa operazione certifica l’attrattività del Paese agli occhi degli investitori globali». È vero che delle diecimila aziende target «solo il 10% ha aperto il capitale a un investitore istituzionale o si è quotato», nota il ceo , ma aggiunge: «Erano il 5% sette anni fa, confidiamo che raddoppino in cinque anni». Fra i motivi, Tamagnini indica il passaggio generazionale. «Noi non cerchiamo le aziende dove l’imprenditore vuole vendere e disimpegnarsi, ma proponiamo un progetto industriale di lungo periodo, dove l’azienda da analogica abbraccia il digitale».