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Germania, la «locomotiva d'Europa» non esiste più: dall'economia al calcio, le radici di una crisi profonda

Germania, la «locomotiva d'Europa» non esiste più: dall'economia al calcio, le radici di una crisi profonda

DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK - C'era una volta lo sport in cui «si gioca 11 contro 11 e alla fine vince la Germania» (Gary Lineker). E c’era una volta la «locomotiva d’Europa» (questo lo dicevano un po’ tutti). Ora la Germania si è incartata

Il Paese che in effetti trainava l’Europa e arrivava quasi sempre in fondo agli Europei e ai Mondiali non esiste più. Sembra essere un Paese di cattivo umore, depresso, impaurito, che non sa più chi è. Non occorreva la sentenza del Paraguay e del Mondiale americano per rendersene conto; dal calcio è venuta soltanto una conferma.

Intendiamoci: noi italiani siamo gli ultimi a poterne parlare, visto che ai Mondiali non siamo neppure venuti, e il malumore è ormai il tono medio del nostro Paese, che cresce poco e fa ancora meno figli. Però il malessere tedesco colpisce proprio perché riguarda la nazione leader in Europa, per numero di abitanti, per forza economica, e anche per quello che sembrava un modello di integrazione sociale, di cui la Nazionale di calcio era lo specchio.
 
L’ultimo capolavoro fu il Mondiale 2014. Mentre gli azzurri svacanzavano sul mare di Mangaratiba, i tedeschi fecero base a Salvador de Bahia, dove pulsa l’antico cuore nero del Brasile. Costruirono dal nulla un centro sportivo, che poi avrebbero regalato alla comunità locale. Ogni giorno ospitavano una scolaresca, si facevano fotografare mentre palleggiavano con i ragazzini delle favelas o accennavano un passo di capoeira. 

Un’operazione simpatia che ebbe un clamoroso successo: allo stadio i brasiliani tifavano per i tedeschi, e anche quando la Germania inflisse ai Verdeoro un clamoroso 7-1 la torcida se la prese con i suoi calciatori e applaudì gli avversari. Nella finale con l’Argentina, tutto il Brasile tifava ardentemente Germania, e fu accontentato dal goal di Goetze. Era una squadra giovane, fresca, veloce, multietnica, innervata dall’immigrazione turca, araba, africana. Giocava un calcio essenziale e sicuro di sé. 

Poi più nulla. La Germania ha fallito i successivi Mondiali e pure gli Europei di due anni fa, organizzati in casa. Soprattutto, la Germania ha smarrito se stessa, anche fuori dallo sport.

Basta fare una passeggiata la sera nel Mitte, il centro di Berlino, che negli anni ’90 era diventato il cuore d’Europa, e dove ora alcuni locali storici hanno chiuso o sono vuoti o hanno perso l’anima. La Germania sembra aver smarrito quell’orgoglio ritrovato con la riunificazione. È un fenomeno sociale, prima ancora che politico, ma che fa sentire i suoi effetti anche a Palazzo.
 
La Germania era il Paese più stabile d’Europa. Aveva avuto tre Cancellieri in 39 anni: dopo il gigante – in ogni senso – Helmut Kohl, il socialdemocratico Gerhard Schroeder aveva fatto le riforme necessarie a rendere più flessibile il mercato del lavoro, e la cristianodemocratica Angela Merkel ne aveva colto i frutti, poggiando la crescita su un sistema decisamente utilitaristico: la sicurezza dall’America, l’energia dalla Russia, i prodotti lavorati dalla Cina. Ora l’America di Trump si è chiamata fuori, la Russia di Putin è più ostile che mai, e anche la Cina si è fatta più lontana e nello stesso tempo più minacciosa. Finita l’era Merkel, la Germania non ha più trovato una guida, tantomeno una mamma. La «nuova Cancelliera», come si era definito Olaf Scholz, ha fallito, e ora Friedrich Merz sembra avviato sullo stesso sentiero. Nel frattempo l’Afd, partito anti-antinazista, è ormai il primo in molti Laender, e di sicuro non propugna quell’integrazione che aveva fatto grande la squadra campione del mondo nel 2014.

Ma la crisi più grave è quella economica. La Germania appare come un Paese analogico in un mondo digitale. La sua meravigliosa industria automobilistica è andata in panne, non solo per la politica green imposta paradossalmente dalla presidente tedesca della Commissione europea, l’impopolarissima Ursula con der Leyen, quanto per la concorrenza asiatica e la mentalità delle nuove generazioni, che ovunque rifiutano l’auto. Ma, come tutte le crisi, pure questa è anche un fatto psicologico. E lo sport, che è un’altra cosa ma comunque non è mai del tutto scollegato dalla politica e dalla società, ne diventa il segno.

Qui in America la Germania è arrivata spenta, scialba, insicura. Il mesto ritiro dell’uomo simbolo, il portierone del Bayern Manuel Neuer, ne è la riprova. Una gara incolore, quella con il Paraguay, conclusa nel peggiore dei modi, con rigori tirati in modo impaurito, timido, incerto. Dov’è finita la feroce determinazione con cui i tedeschi vincevano i Mondiali a nove anni dalla fine della disastrosa seconda guerra mondiale, e per altre sette volte conquistavano la finale?

Ora ovviamente la Germania risorgerà, non soltanto dal punto di vista sportivo. Resta il Paese piantato nel cuore dell’Europa, rimane una grande potenza economica – il suo Pil, pur in frenata, ha superato quello del Giappone -, troverà i mezzi e i leader per risorgere senza passare dalla forca caudina della destra estrema. Eppure questa è la fotografia, più in nero che in bianco, del presente. 

E non consola che la scorsa notte sia stata eliminata anche un’altra ex potenza calcistica d’Europa, l’Olanda.

Non era la favorita per i Mondiali, lo si sapeva. Ma ha colpito vederla dominata dal Marocco. Per carità, il Marocco è fortissimo, l’ha dimostrato in Qatar e lo sta dimostrando anche qui. Ma vedere l’Olanda giocare su difesa e contropiede, come l’Italia di un tempo, fa una certa impressione. Tornava in mente la finale del 1974, quando l’unico non tedesco a rallegrarsi per la vittoria di Beckenbauer su Cruijff fu il nostro Gianni Brera, che esaltò le formiche tedesche contro le cicale olandesi. Era una squadra meravigliosa, che ha rivoluzionato per sempre la storia del calcio. Da allora, gli Oranje hanno perso altre due finali mondiali, nel 1978 contro l’Argentina di Kempes (e di Videla) e nel 2010 contro la Spagna. L’Olanda ha dato in questo mezzo secolo al calcio europeo alcuni tra suoi calciatori più forti: oltre a Cruijff, Neeskens, Krol, il trio milanista Van Basten-Gullit-Rjikard (cosa mai gli sarà preso a sputare in faccia a Voeller a Italia ’90), e poi Van Nistelrooy, Sneijder, Seedorf, ieri attonito in tribuna. Ma, a parte l’Europeo 1988, con il leggendario gol di destro al volo di Van Basten, non ha raccolto quello che aveva seminato. E ora l’uscita contemporanea di due grandi gloriosi Paesi come la Germania e l’Olanda getta ulteriore ombra sulla nostra vecchia Europa. 

Spagna, Francia, Portogallo, con le loro Nazionali, sempre più rafforzate dalla linfa delle migrazioni. Anche questo è destinato a fare discutere, visto che ormai in quasi tutti i Paesi d’Europa il primo partito è quello che gli immigrati non li vuole. Ma lo sport in questo è già più avanti della politica.

30 giugno 2026, 15:30 - Aggiornata il 1 luglio 2026 , 00:10

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