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Roberto Mancini: la vittoria agli Europei, la fuga in Arabia, le polemiche e il ritorno

Roberto Mancini: la vittoria agli Europei, la fuga in Arabia, le polemiche e il ritorno

Roberto Mancini è di nuovo il commissario tecnico dell'Italia. Domani alle 18 scatterà ufficialmente il secondo capitolo della sua storia azzurra con la prima conferenza stampa al fianco di Claudio Ranieri, nuovo direttore tecnico.

L'abbraccio con Gianluca Vialli sotto il cielo di Wembley nel luglio 2021 e la fuga nel Ferragosto 2023 verso i petrodollari dell'Arabia Saudita sembravano aver tracciato una linea d'ombra definitiva. In soli due anni, il tecnico marchigiano aveva attraversato l'intero spettro del sentimento calcistico italiano, passando da eroe del rinascimento nazionale a simbolo del tradimento perfetto. Eppure, per capire come si sia arrivati al clamoroso ritorno invocato dal presidente Giovanni Malagò, bisogna guardare le crepe mai sanate della gestione federale.

La frattura esplosa nell'estate del 2023 con l'allora presidente della Figc, Gabriele Gravina, nasceva da lontane tensioni, alimentate da un rinnovo di contratto con adeguamento economico rimasto sospeso. Per i tifosi che avevano creduto nel rilancio azzurro dopo il trauma della prima mancata qualificazione ai Mondiali, l'addio per la panchina saudita era stato un colpo durissimo. Per Mancini una pura opportunità professionale in un calcio moderno che non permette esitazioni. Una scelta che, tuttavia, molti consideravano una colpa ancora da espiare.

In un'intervista rilasciata ad agosto 2023 a Repubblica e Messaggero Mancini aveva provato a smontare il castello di accuse con decisione: «Non ho fatto niente per essere massacrato così. Mi sono dimesso e ho detto che è stata una mia scelta. Circolano troppe cose che non rispecchiano la realtà», le sue parole all'epoca. Nel mirino dell'ex c.t. c'era soprattutto la tentazione di stravolgere la sua squadra di lavoro: «Non mi sentivo più nell'ambiente giusto. Ho cercato più volte di parlare con Gravina ed esporgli le mie ragioni — aveva continuato —. Gli ho spiegato che in questi mesi mi doveva dare tranquillità, lui non l'ha fatto e io mi sono dimesso. Gravina è da un anno che voleva rivoluzionarmi lo staff, io gli ho fatto capire che non poteva. Se a un allenatore toccano lo staff è come certificare la mancanza di fiducia nel gruppo di lavoro. Se Gravina avesse voluto, mi avrebbe trattenuto. Non l'ha fatto».

Al di là delle polemiche, il primo ciclo di Mancini ha regalato intuizioni brillanti e coraggio: genio, istinto e ricerca del bello. Ha lanciato Moise Kean, ha convocato Nicolò Zaniolo a soli 19 anni prima dell'esordio in Serie A e ha scovato Mateo Retegui in Argentina quando ancora non parlava italiano.

Un approccio e una visione condivisi da sempre con Giovanni Malagò. I due hanno un'amicizia solida che si rinnova sui campi di calcio a cinque del Circolo Canottieri Aniene. Appena Malagò ha preso in mano la partita federale, il primo pensiero è stato richiamare Roberto. Mancini non vedeva l'ora di riprendersi la Nazionale, consapevole che la notte di Wembley è una fotografia troppo grande per finire in archivio e lo strappo di Ferragosto un ricordo troppo doloroso per rimanere l'ultimo. 

Ora, affiancato dall'equilibrio di Sir Claudio Ranieri, lo attende l'impresa più difficile: convincere un Paese scettico che la fiducia perduta non si riottiene con i ricordi, ma si riconquista una partita alla volta.

28 luglio 2026, 15:16 - Aggiornata il 28 luglio 2026 , 15:25

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