Economia

Manovra 2027, dall’Irpef più leggera all’età (bloccata) della pensione e tredicesima senza tasse: la lista dei desideri dei partiti

Manovra 2027, dall’Irpef più leggera all’età (bloccata) della pensione e tredicesima senza tasse: la lista dei desideri dei partiti

È ancora agosto e la prossima legge di Bilancio non ha un saldo definitivo, non ha tutte le coperture e molte delle misure di cui si discute non sono ancora diventate proposte formali. In compenso, ha già un «libro dei desideri» piuttosto voluminoso. Dentro ci sono un altro taglio dell’Irpef, pensioni più flessibili, più soldi per la sanità, sgravi sui salari, tredicesime detassate, flat tax per le partite Iva, bonus casa, incentivi per giovani e donne, pensioni minime più alte e perfino l’abolizione del bollo auto.
Il conto, quello vero, arriverà in autunno. E alla cassa ci sarà ancora una volta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.

Non è una legge di Bilancio qualsiasi. Sarà la quinta del governo Meloni e l’ultima completa prima delle elezioni politiche del 2027, quindi avrà una valenza da campagna elettorale. Nella maggioranza c’è già chi immagina una manovra da oltre 30 miliardi, qualcuno si è spinto fino a ipotizzarne 40. Ma per ora si tratta di ordini di grandezza, non del saldo di una finanziaria già costruita.

Il primo problema è che una parte del conto si sta formando prima ancora che i partiti mettano sul tavolo le rispettive bandiere. Il ministro della Salute Orazio Schillaci punta ad almeno 5 miliardi aggiuntivi per la sanità, soprattutto per personale e retribuzioni. Sul lavoro si ragiona su un pacchetto vicino ai 2 miliardi; il ministro per il Sud Luigi Sbarra chiede risorse per la Zes, mentre dal ministero delle Infrastrutture arrivano richieste per strade e cantieri. A questo si aggiungono 1,5-2 miliardi di spese indifferibili. Una prima ricognizione delle principali richieste ha così portato il fabbisogno oltre quota 17 miliardi, anche se alcune voci sono pluriennali e non possono essere sommate come se fossero tutte spesa del 2027.

Poi comincia la politica. La proposta finora meglio definita riguarda il completamento della riforma dell’Irpef. Dal 2026 l’aliquota del 33% arriva già fino a 50 mila euro di reddito. Fratelli d’Italia e Forza Italia vogliono compiere un altro passo e allargare lo scaglione fino a 60 mila euro, facendo quindi scendere dal 43 al 33% l’aliquota marginale sulla parte di reddito compresa tra 50 e 60 mila euro.

Qui almeno il cartellino del prezzo esiste: circa 1,2 miliardi, secondo le prime stime. Per Fratelli d’Italia è uno degli interventi simbolo sul ceto medio promesso a più riprese in questi anni e mai realizzato: ora è fondamentale per la campagna elettorale alle porte. Per Forza Italia invece è una battaglia portata avanti da tempo.

Gli azzurri, però, vorrebbero andare molto oltre. Antonio Tajani ha indicato tra le priorità la flat tax incrementale per le partite Iva, la detassazione delle tredicesime, l’aumento delle pensioni minime verso quota 700-800 euro e un meccanismo che permetta di beneficiare più rapidamente delle detrazioni sulle spese sanitarie.

Il problema è che quasi tutte queste misure hanno ancora il prezzo da scrivere sull’etichetta: senza conoscere soglie, platee e meccanismi è impossibile attribuire loro un costo serio.

Un’eccezione è il bollo auto. Il vicepresidente di Forza Italia Roberto Occhiuto ha valutato in circa 6,5 miliardi l’anno il gettito al quale bisognerebbe rinunciare per abolirlo integralmente. Una cifra che dà la misura di quanto possa diventare costosa una promessa apparentemente semplice.

La Lega ha scelto soprattutto il terreno delle pensioni. Dal 2027, per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita, i requisiti pensionistici aumenteranno inizialmente di un mese, cui se ne aggiungeranno altri due nel 2028. Matteo Salvini e il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon vorrebbero sterilizzare il primo incremento. Il costo stimato è di circa 1,1 miliardi nel 2027.

Il secondo obiettivo è aprire un nuovo canale di uscita anticipata a 64 anni, valutando anche formule che utilizzino il Tfr per raggiungere i requisiti economici necessari. Tra le bandiere previdenziali leghiste continua ad affacciarsi anche Quota 41, ma per queste ipotesi manca ancora una formulazione per il 2027 sufficientemente dettagliata da permettere di attribuire loro un costo attendibile.

Almeno sulla fonte delle coperture, Salvini un’idea l’ha già messa sul tavolo: chiedere nuovamente soldi alle banche. La proposta annunciata è un contributo del 5% degli utili ogni anno per tre anni a carico delle dieci maggiori banche italiane. Il leader della Lega prende come riferimento utili nell’ordine dei 30 miliardi; altre ricostruzioni indicano circa 33 miliardi per i principali gruppi. 

Il 13 agosto Salvini ha parlato anche di «una decina di miliardi» da destinare a salute e sicurezza. Non è chiaro, però, se il vicepremier si riferisse al gettito della specifica proposta di prelievo del 5% o, più genericamente, a una quota dei profitti bancari che vorrebbe destinare a quelle finalità. Il 5% applicato a utili nell’ordine dei 30-33 miliardi vale circa 1,5-1,65 miliardi l’anno.

Il settore, peraltro, è già stato chiamato a contribuire con l’ultima legge di Bilancio. E Forza Italia ha alzato il muro contro una nuova imposta. Da Azione Osvaldo Napoli ha invece accusato Salvini di voler introdurre di fatto una «patrimoniale» sulle banche. Il duello è politicamente significativo: prima ancora di sapere quanto spenderà la manovra, la maggioranza discute già su chi debba pagarla.

Non ci sono soltanto fisco e pensioni. Sul lavoro il governo valuta la proroga della tassazione agevolata al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali e il rafforzamento degli incentivi legati alla produttività.

Nel cantiere sono entrate anche agevolazioni per il lavoro notturno e festivo, in particolare nel turismo e nei pubblici esercizi, misure per le attività gravose, incentivi all’occupazione giovanile e femminile e il rifinanziamento della formazione continua.

Il bisogno al quale si cerca di rispondere è reale. L’Ufficio parlamentare di bilancio ricorda che nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%, ma in termini reali le retribuzioni orarie di fatto rimangono ancora oltre l’8% sotto i valori medi del 2020.

C’è poi il capitolo dei bonus edilizi. A legislazione vigente nel 2027 la detrazione sulle ristrutturazioni dovrebbe scendere dal 50 al 36% per l’abitazione principale e dal 36 al 30% per le altre case.

Nel centrodestra cresce però la pressione per congelare almeno in parte il taglio: si valuta la conferma del 50% sull’abitazione principale e la proroga del bonus mobili, oggi pari al 50% su una spesa massima di 5 mila euro.
Anche questa voce, per ora, non ha un costo ufficiale. Ma contribuisce ad allungare la lista.

E ancora non è finita. Noi Moderati punta all’esenzione dall’Irpef per i primi quattro anni di lavoro, all’aumento delle detrazioni per le spese scolastiche, a maggiori contributi alle scuole paritarie e all’eliminazione del tetto al cinque per mille destinato alle associazioni di volontariato.

Sul fronte delle opposizioni il catalogo specificamente riferito alla Manovra è, ovviamente, meno definito. Il Pd di Elly Schlein mette in cima alle proprie priorità sanità pubblica, salari e salario minimo, scuola, università e politiche industriali, ma è ancora presto per una vera contro-Manovra da confrontare voce per voce. 

A rendere sulla carta più larga la legge di Bilancio c’è infine la nuova flessibilità europea su energia e difesa. Ma proprio sul capitolo energetico le linee guida appena pubblicate dalla Commissione hanno messo una serie di paletti che costringeranno il governo a rivedere almeno in parte i suoi piani.

Giorgetti ha annunciato che l’Italia intende chiedere complessivamente uno spazio aggiuntivo pari all’1,5% del Pil nel periodo fino al 2028: lo 0,6%, circa 14,4 miliardi, per l’energia e lo 0,9%, circa 21,7 miliardi, per la difesa.

I 14,4 miliardi dell’energia, però, non sono una cassa alla quale il governo potrà attingere liberamente. La Commissione ha individuato cinque grandi campi di intervento – famiglie, settore pubblico, imprese, infrastrutture di trasporto e settore energetico – e un elenco «esemplificativo e non esaustivo» di 22 misure. Tra gli interventi che possono rientrare nella clausola ci sono le pompe di calore, il solare, le batterie domestiche, le ristrutturazioni energetiche, le colonnine di ricarica e anche gli investimenti nelle centrali nucleari. Restano invece fuori, tra l’altro, gli incentivi per l’acquisto delle auto elettriche.

Ma il paletto più importante riguarda la data. Bruxelles stabilisce che sono ammissibili soltanto le nuove misure decise dopo il 28 febbraio 2026. Questo significa, come ha spiegato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che non potranno essere fatti rientrare nella clausola i 5 miliardi del decreto Bollette approvato il 20 febbraio.

È una doccia fredda per il governo perché rende impraticabile proprio una delle strade ipotizzate nelle scorse settimane per recuperare spazio per la Manovra: caricare sulla clausola vecchie spese energetiche e liberare così risorse da utilizzare altrove. La Commissione lo esclude esplicitamente: applicare retroattivamente la flessibilità a misure già decise non servirebbe ad accelerare la transizione energetica, ma finirebbe semplicemente per creare margini di bilancio destinabili ad altri fini.

Fuori anche i bonus destinati semplicemente a compensare il caro energia. Le linee guida escludono i sostegni basati sul reddito e gli altri sussidi diretti ad attenuare l’impatto dei prezzi elevati dell’energia. Per le famiglie la strada passa invece dagli investimenti strutturali: per esempio incentivi per sostituire gli impianti a gas con pompe di calore o interventi di efficientamento energetico degli edifici, compresi quelli pubblici e gli ospedali.

Cambia anche il calendario. Finora si era ipotizzato di concentrare i 14,4 miliardi in due anni, circa 7 miliardi nel 2026 e altrettanti nel 2027. Non è detto che sarà così. Pichetto Fratin ha chiarito che gli interventi possono essere distribuiti fino al 31 dicembre 2028, fermo restando il tetto dello 0,6% del Pil cumulato. Il governo conta di presentare a Bruxelles un primo elenco delle misure italiane ai primi di settembre.

E chiamarli «14,4 miliardi europei» sarebbe comunque sbagliato. Bruxelles non versa quei soldi all’Italia: concede uno spazio aggiuntivo di deficit nell’ambito della clausola di salvaguardia. La spesa può essere esclusa dal calcolo della deviazione rispetto al percorso della spesa netta previsto dalle regole europee, ma continua ad avere effetto sul deficit nominale e quindi sul debito. Lo stesso Giorgetti aveva spiegato in Parlamento che gli interventi hanno «pieno impatto sul deficit».

La flessibilità energetica resta dunque un’opportunità importante, ma è molto meno simile a un salvadanaio per la Manovra di quanto potesse sembrare qualche settimana fa. Prima di sapere quanto dei 14,4 miliardi sarà effettivamente utilizzabile e quando, Roma dovrà scegliere nuove misure coerenti con gli obiettivi europei, quantificarne il costo e sottoporle al vaglio di Bruxelles.

Giorgetti deve però camminare su un filo. Vuole utilizzare i nuovi margini europei e contemporaneamente portare l’Italia fuori dalla procedura per deficit eccessivo.

La dura realtà sta nei numeri dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Il deficit italiano è sceso al 3,1% del Pil nel 2025 ed è previsto dal Documento di finanza pubblica al 2,9% quest’anno. Il debito, invece, dal 137,1% del Pil del 2025 dovrebbe raggiungere il 138,6% nel 2026, prima di iniziare a diminuire dal prossimo anno. E la spesa per interessi, stabile al 3,9% del Pil nel 2025, è prevista in crescita fino al 4,5% nel 2029.

In valore assoluto il debito pubblico ha inoltre superato a giugno i 3.200 miliardi di euro, raggiungendo 3.207,2 miliardi. Il record mensile va maneggiato con cautela, perché una parte dell’incremento dipende dall’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro, ma la dimensione del debito resta il convitato di pietra di qualsiasi manovra espansiva.

La prima data da segnare sul calendario è il 22 settembre, quando l’Istat aggiornerà i conti nazionali. Il deficit 2025 è oggi al 3,1% del Pil. Il governo spera che la revisione possa portarlo al 3% o sotto e consentire così di accelerare l’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, purché Bruxelles giudichi il miglioramento stabile.

È un passaggio tutt’altro che secondario. Giorgetti ha detto di voler arrivare alla fine della legislatura avendo riportato l’Italia fuori dalla procedura, ma ha anche riconosciuto che utilizzare la clausola di salvaguardia e aumentare il deficit potrebbe rendere il percorso più complicato. Solo dopo arriveranno il nuovo quadro di finanza pubblica, il confronto con l’Europa e la legge di Bilancio vera. Per adesso il carrello resta aperto: Irpef, pensioni, sanità, salari, banche, casa, bollo, tredicesime. Quasi ogni giorno qualcuno aggiunge una voce. Ad agosto si può ancora farlo senza passare alla cassa. Ma Bruxelles ha già cominciato a mettere qualche prodotto fuori portata. In autunno Giorgetti dovrà decidere cosa comprare e cosa lasciare sullo scaffale.

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