Giampaolo Minnucci, grande driver italiano di trotto, guidatore di Varenne in 69 corse su 72 tra il 1998 e il 2002. Lei aveva 35 anni.
«Non siamo stati insieme soltanto al suo debutto (lo guidava Roger Grundin, ndr), e poi le due volte in cui, trovandomi appiedato, dovetti essere per forza sostituito dal top driver finlandese Jorma Kontio».
Appunto, e da allora, un po’ come agli italiani che pure in Papuasia dopo il Mundial 1982 si sentivano dire «Paolo Rossi!», lei da due decenni non può circolare senza che le dicano «Minnucci, ah quello di Varenne»: per caso è come quei grandi attori però stufi di sentirsi abbinare al loro più famoso personaggio?
«Ma quando mai, per me guidare Varenne è stato il più grande privilegio che mi potesse capitare, oltre che una avventura unica. Mi ha persino permesso di ricevere un’onorificenza del Presidente della Repubblica. La storia l’ha scritta lui. Se ancora oggi mi fermano per strada lo devo a Varenne. Abbiamo costituito una macchina perfetta. Gli sarò riconoscente per tutta la vita».
Un Gran Premio che Varenne ha vinto proprio grazie alla guida di Minnucci, e uno invece che ha vinto nonostante un errore di Minnucci?
«Varenne recuperava qualunque errore possibile. Non c’era niente da inventare con lui. Se era tatticamente importante scattare in testa, bastava lasciare le guide un po’ più lunghe; se c’era da arrembare all’esterno di qualche avversario, era sufficiente trasmettergli il messaggio con le redini. Però non è che guidarlo fosse la cosa più semplice del mondo: stavi su una Ferrari ma con il cervello».
La più grande prestazione?
«Io, romano al cento per cento, sono affezionato al Derby Italiano nel 1998, anche se ovviamente i due Prix d’Amérique consecutivi sono stati il vertice tecnico. Ma l’Elitloppet 2001, quando a Stoccolma girò fuori al fuoriclasse svedese Victory Tilly dal primo all’ultimo metro in un testa a testa che durò tutta la corsa, finché in dirittura d’arrivo lo stese tra le ovazioni dello sportivissimo pubblico svedese, beh mi mette sempre i brividi a ripensarci».
Qualche rimpianto?
«Uno solo: non essere stato accanto a lui la notte scorsa quando è morto di infarto. L’avevo visitato il 19 maggio per la sua tradizionale festa di compleanno, e raccontavo ai vostri colleghi che un po’ mi ero immalinconito a vederlo così vecchietto, ma che poi mi era venuto in mente che forse pure lui a vedermi magari aveva pensato “A’ Giampa’, te sei invecchiato!». Io non ho tatuaggi, ma sulla mano sinistra conservo una piccola cicatrice di un morso che tre/quattro anni fa mi aveva fatto mentre lo accarezzavo. Adesso è tutto il giorno che mi chiamano da tutto il mondo, e mi chiedono «scusi possiamo disturbare se è il momento giusto?”. Ma da ieri non ci sarà mai un momento giusto».
19 ago 2026 | 07:18