Se sia più grave il pasticcio di Meret — con i piedi regala palla a Vitinha — o quello dell’attaccante portoghese che non approfitta della gentile concessione per stendere pronti via gli avversari, è difficile stabilirlo. Sta di fatto che quello che succede trascorsi 7’ dal fischio di inizio di Genoa-Napoli racconta molto della trama di una partita in cui la squadra di Allegri soffre a dismisura e quella — più in palla — di De Rossi non riesce ad approfittarne. E come nei più classici degli spartiti calcistici, anche di allegriana memoria, basta un gol per vincere, lo fa De Bruyne e gli bastano 15 minuti, il tempo di entrare e segnare («vede cose che gli altri non vedono, che cattiveria sul gol» dice Allegri al termine). Diventa un finale beffardo per il Genoa che subisce il raddoppio con Vergara aiutato da Lucca.
Sono i tre della panchina che stravolgono il corso di una gara che sembrava segnata e con sofferenza si trascinava verso un finale senza gol. Sono i cambi di Allegri che decretano il successo ma il tecnico distribuisce i meriti alla squadra: «Ha il palleggio nel dna, ogni tanto imbuchiamo troppo presto senza avere la pazienza di allargare il gioco». Vittoria che dà fiducia, morale. Vittoria della qualità, e perché no, anche della buona sorte. Ma anche delle riflessioni su un Napoli che ha urgenza di registrarsi. «Abbiamo sofferto troppo nei primi trenta minuti, ci sono giocatori che hanno bisogno di tempo per entrare in condizione» ammette Max.
Stretto all’angolo, il Napoli, per buona parte del primo tempo, in balia della pressione alta dei rossoblù, in preda alle vertigini sui cross in area di Norton Cuffy, stordito sui tiri di Frendrup, addirittura inerme quando Baldanzi in mezza rovesciata prova il colpo del ko. La difesa partenopea è molto ballerina, eppure regge. Ma è un demerito del Genoa non esser stato capace di approfittarne. Passeggia Max nel suo rettangolo, immagina che alla distanza possa venir fuori la qualità dei suoi, s’accende nel finale del primo tempo quando è il Genoa a perder palla e un paio di cross di Alisson Santos, l’unico a guadagnarsi almeno la sufficienza, impensieriscono i riflessi del portiere Bijlow. Poco.
Hojlund fa fatica ad entrare in partita, sorvegliato speciale di Ostigard che non gli lascia né spazio, né aria. Gli sta sistematicamente incollato addosso, e non solo a lui. Nelle poche occasioni in cui McTominay sfugge alla guardia della selva di maglie rossoblù, tocca a lui staccarsi e impedirgli di fare la giocata.
Di questa almeno avrebbe bisogno Allegri per uscire dall’impasse, all’intervallo il tecnico ci va probabilmente con il convincimento che i jolly nel suo mazzo ci sono, può giocarseli. Sceglie di aspettare, ma il Napoli continua a far fatica, non riesce a costruire asfissiato dall’elastico genoano. Qualche giocata arriva, ma è sempre è soltanto per gli spunti di Allison. Dare palla al brasiliano diventa l’unica scorciatoia possibile per provare ad affacciarsi dalle parti di Bijlow.
Il punto di svolta arriva dopo venti minuti, Allegri è uomo paziente, sa aspettare prima di sparigliare: toglie il brasiliano per Lang, inserisce De Bruyne per uno spento Anguissa, si affida al talento di Vergara. Cambia l’inerzia, il Napoli dà segnali di vita, cresce, si affaccia con disinvoltura davanti alla porta e gli scambi precisi fra i nuovi entrati diventano fatali per la squadra di De Rossi, brava a dominare per buona parte di gara ma non raccoglie punti. De Laurentiis twitta da lontano: «Allegria».
22 agosto 2026, 22:43 - Aggiornata il 22 agosto 2026 , 23:15