La crescita progressiva dell’Italia dentro alla partita di ieri, iniziata come un monologo turco, passata per alcune giocate azzurre di livello superiore (il tiro di Scamacca calciato prima che la palla tocchi terra è un bonbon) e conclusa in gloria con un largo 3-1, chiude il ciclo delle prime quattro gare lasciandoci la curiosità di vedere le ultime due. L’obiettivo minimo del terzo posto è raggiunto, ma sperare in qualcosa di più non è un’utopia. Si è capito ieri che questa Nazionale ha bisogno di ritmo, e ci sono volute alcune sostituzioni perché la band si rimettesse a suonare, ma intanto altri strumentisti si sono aggiunti all’orchestra: Vergara ha molta qualità e si sacrifica pure, Doumbia è un motore sempre acceso, Romano ha superato il trauma dell’esordio.
Sette punti in quattro partite dicono che Roberto Mancini si è riappropriato del ruolo di ct con uno slancio perfino superiore all’inizio del primo mandato. Siccome la genesi del suo ritorno è interamente dovuta a Giovanni Malagò — che due mesi fa prese una decisione altamente impopolare, e fra i molti contrari c’eravamo anche noi — onestà intellettuale impone di riconoscere che il presidente federale, come altre volte in carriera, si sia rivelato un dirigente capace di produrre risultati. Sei mesi fa, il mattino dopo Zenica, nessuno si illudeva che la rinascita potesse essere così rapida e impetuosa. Invece sta succedendo. In questo scenario di improvviso benessere, moltiplicato dalle splendide prestazioni dell’Under 21 di Silvio Baldini — qualificatasi ieri all’Europeo di giugno con una chiassosa vittoria sulla Polonia — diventava ancora più paradossale l’annunciata battaglia campale in sede Coni di questa mattina, figlia di una forsennata caccia al cavillo per defenestrare Malagò, inviso al governo.
Non sapremo mai in via ufficiale se il passo compiuto ieri dal presidente del Coni Luciano Buonfiglio sia nato dalla previsione che il commissariamento non sarebbe passato, decretando la sua fine «politica», o se invece l’uomo di sport di lunga data, che ha gareggiato alle Olimpiadi e conosce benissimo la differenza fra lo spirito di una norma e la realtà del campo, abbia infine accettato ciò che era evidente a tutti. Di certo Malagò commissariato da se stesso — la soluzione che si va profilando — sarebbe uno smaccato compromesso all’italiana, portatore però della necessaria stabilità. Un timbro governativo permetterebbe a tutti di tornare a lavorare per dare prospettiva a questa felice ripartenza.
6 ott 2026 | 07:17