Europa non deve scegliere tra crescita e protezione sociale. Può competere nella corsa all’intelligenza artificiale senza importare il modello americano, ma deve cambiare passo. Per Philippe Aghion, premio Nobel per l’Economia 2025, la ricetta poggia su tre pilastri: istruzione, concorrenza e «flexicurity», un mercato del lavoro flessibile accompagnato da una forte rete di protezione e formazione.
Aghion sarà a Milano il 10 ottobre per la Biennale dell’Economia Cooperativa di Legacoop, dove terrà una lectio magistralis su «Crescere in Europa: la distruzione creatrice tra cooperazione e coesione sociale». Alle proposte di Mario Draghi ed Enrico Letta per completare il mercato unico e mobilitare i capitali europei, l’economista francese aggiunge una dimensione sociale che considera indispensabile per affrontare la trasformazione tecnologica.
Professor Aghion, la distruzione creatrice produce vincitori e perdenti. Come può l’Europa abbracciare l’innovazione senza compromettere la coesione sociale?
«Serve un buon sistema sociale e, prima di tutto, un buon sistema educativo, nel quale a scuola si impari a imparare. Penso che non si debba usare troppa intelligenza artificiale a scuola. Può essere utile, per esempio, per aiutare gli studenti che rimangono indietro, ma i ragazzi devono imparare a leggere i libri, a scrivere senza errori, a fare i calcoli da soli. Credo molto anche in un mercato del lavoro come quello danese, la flexicurity. In Danimarca, quando si perde il lavoro, per due anni si riceve il 90% dello stipendio e lo Stato si occupa della riqualificazione e aiuta a trovare un nuovo impiego. Alcuni parlano di reddito universale, ma non penso sia una buona idea pagare le persone per non fare nulla. Bisogna pagarle per lavorare oppure per formarsi. Con l’Ai avremo sempre più bisogno di istruzione e flexicurity. Le persone devono sentirsi protette e sapere che non saranno lasciate sole».
L’Europa protegge più degli Stati Uniti, ma cresce anche meno. Che cosa deve cambiare per accelerare la crescita?
«Non penso che la soluzione sia imitare il sistema sociale americano. Negli Stati Uniti, quando si perde il lavoro, si può perdere l’accesso ai servizi sanitari e a molte altre cose. Non vogliamo questo per l’Europa. Ma abbiamo bisogno di tutto ciò di cui hanno parlato Mario Draghi, Enrico Letta e il rapporto Bocconi. Serve un vero mercato unico di beni e servizi, affinché gli innovatori abbiano a disposizione un grande mercato europeo. L’Europa conta molti più consumatori degli Stati Uniti, ma il mercato è segmentato. Dobbiamo procedere anche verso un mercato dei capitali unificato. Servono maggiori finanziamenti di lungo periodo per la ricerca di base, più venture capital e più investitori istituzionali. In Europa abbiamo molti risparmi, ma vengono investiti negli Stati Uniti anziché in Europa. Dobbiamo inoltre introdurre l’equivalente della Darpa americana, un modello che consente di conciliare politica industriale e concorrenza. Alla ricetta di Draghi aggiungerei istruzione e flexicurity».
Il rapporto Draghi risale a due anni fa, ma i progressi sono stati limitati.
«Non credo che si possa fare molto procedendo tutti e Ventisette insieme. Molto può essere fatto attraverso coalizioni di Paesi volenterosi, Paesi che vogliono assumere la guida. Credo che sarà così che queste riforme verranno realizzate».
L’intelligenza artificiale può aumentare la produttività, ma alcuni big dell’Ai ora chiedono di rallentarne lo sviluppo. Il rischio maggiore è correre troppo o rimanere indietro?
«L’Ai è un grande motore di innovazione e produttività. Ma la questione importante è anche la direzione che prende l’innovazione. Non si tratta di avere più o meno Ai: bisogna guardare come viene sviluppata e usata».
L’Ai richiede enormi quantità di capitale, potenza di calcolo, energia e dati, sempre più concentrati nelle mani di poche aziende. Stiamo creando nuovi monopoli capaci di soffocare la stessa distruzione creatrice?
«Penso che abbia ragione, c’è un problema di concorrenza».
All’Europa mancano innovazione e talento o le condizioni per farli crescere?
«Abbiamo i ricercatori, i risparmi, l’energia, abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno per sviluppare l’intelligenza artificiale. Bisogna creare le condizioni perché possa svilupparsi, anche partendo da Paesi come la Francia».
Lei sarà alla Biennale dell’Economia cooperativa. Il modello cooperativo può essere un motore di innovazione e crescita, oltre che uno strumento di inclusione?
«Assolutamente sì. Credo nella partecipazione e nella responsabilità sociale delle imprese. Non vedo una contraddizione tra la dimensione sociale e la capacità di innovare e crescere».
Fra dieci anni la preoccuperebbe di più un’Europa che ha conservato il proprio modello sociale ma ha perso la corsa all’innovazione o un’Europa più competitiva che ha sacrificato il modello sociale?
«Non credo che esista questo trade-off. Se abbiamo un sistema che protegge i lavoratori, li forma e li aiuta a passare da un lavoro all’altro, e allo stesso tempo abbiamo concorrenza, possiamo essere più inclusivi e più innovativi. Concorrenza e flexicurity devono andare insieme. Non credo che dobbiamo scegliere tra innovazione e modello sociale».
Se domani l’Europa potesse prendere una sola decisione per ridurre il divario nell’innovazione rispetto a Stati Uniti e Cina, quale sarebbe?
«Subito il Ventottesimo regime, che potrebbe unificare il mercato dell’hi-tech».
In Francia il deficit è oltre il 5% del Pil e il rendimento dell’Oat decennale ha superato quello del Btp. Che cosa è andato storto?
«Il grande problema è la spesa pubblica. Non siamo riusciti a riformare il sistema delle pensioni, la causa principale del deficit. Dobbiamo lavorare più a lungo».