«Sconcerto». È il sentimento con cui il neo-presidente della Figc, Giovanni Malagò, ha accolto la clamorosa decisione della Fifa di sospendere la squalifica del calciatore americano Florin Balogun. «Non è un sentimento solo mio, ma quello di chi ha riempito le caselle di posta della federazione e i messaggi che mi sono arrivati sul telefono. Sconcerto misto a sorpresa. Non in senso positivo, ovviamente. Quello che è successo è oltre quello che erano le fantasie umane, proprio così: l’umana immaginazione».
Va da sé che Malagò è andato a studiare l’appiglio giuridico a cui la commissione disciplinare della Fifa ha fatto ricorso. «Dal momento che mi è sembrata un’assurdità, ho letto questo articolo 27 che consente un intervento del genere solo alla Fifa: per intenderci, non è replicabile nei vari campionati nazionali, da parte delle federazioni sparse nel mondo. E dico: “meno male...”. Perché altrimenti sarebbe veramente l’Armageddon».
Certo, i precedenti non abbondano. «Mi sembra — ricorda Malagò — che la prima volta in cui si invocò l’art.27 era addirittura il 1962 per Garrincha e più di recente ne ha beneficiato Cristiano Ronaldo in un caso di squalifica multipla. Questo per ricordare l’eccezionalità della questione». Il caso in questione rappresenta un eclatante esempio di ingerenza della politica nel mondo dello sport. «Anche appellandosi alla più candida buona fede esistente sulla faccia della Terra, con il Mondiale negli Usa, una Nazionale in crescita e un torneo che rappresenta un vanto per Trump che ha già annunciato di voler premiare i vincitori, come si può credere che non ci una forzatura dietro? Poi, a fugare tutti i dubbi ci ha pensato lo stesso presidente degli Stati Uniti che candidamente ha ammesso di aver espresso un’opinione».
Malagò da uomo di sport non nasconde la preoccupazione. «Questo oggettivamente è un precedente politico pericolosissimo. Spero se ne rendano conto perché nel breve-medio termine una decisione del genere rischia di diventare un boomerang colossale sul piano dei consensi. Io sono un grande fautore di questo Mondiale caratterizzato da stadi pieni e partite divertenti con livelli di spettacolarità elevati. L’allargamento a 48 Paesi ha fatto sì che una piccola nazione di 500 mila abitanti, come Capo Verde, potesse mettere in difficoltà la grande Argentina. Insomma, siamo stati davanti al calcio che trionfa. Però quando vedi una decisione così si perde la meritocrazia che è la base del calcio e dello sport: è stata modificata una regola a cui sempre eravamo abituati».
Domanda delle domande: qualora fosse lei a ricevere una telefonata da un potente della Terra come quella che ha ricevuto Gianni Infantino da Trump, come si comporterebbe? «Io credo di aver dimostrato nella mia vita di avere un rispetto assoluto delle istituzioni a tutti i livelli politici, e al contempo credo di aver mantenuto l’autonomia dello sport. E questo, secondo me, è più che una filosofia di vita, è proprio un dovere che dobbiamo avere noi dirigenti dello sport». Meglio cambiare argomento, non fare riferimenti al presente politico che vive il nuovo presidente della Federcalcio, Giovanni Malagò: «Stiamo parlando di un’eccezione clamorosa e quindi non si devono aprire ulteriori capitoli».
Presidente ma tra quattro anni ci saremo anche noi al prossimo Mondiale? «Sarei un arrogante a rispondere “certamente sì”. Ma siccome sono un inguaribile ottimista, mi piace pensarlo».