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Stefano Mei e la ricetta dell'atletica d'oro: «Abbiamo già quattro o cinque Sinner e cresceremo ancora»

Stefano Mei e la ricetta dell'atletica d'oro: «Abbiamo già quattro o cinque Sinner e cresceremo ancora»

Doveva succedere, prima o poi: quando l’Italia si è messa al passo con il mondo, ha dominato l’Europa. La vittoria del medagliere di Birmingham a casa degli inglesi, 22 podi a 19 con il doppio sorpasso finale negli ori (10 a 9) affidato al centimetro di Larissa Iapichino e ai tre centesimi della 4x400, è stata il capolavoro di una Nazionale che in pochi anni ha cambiato pelle. Al carisma dei veterani di Tokyo si è aggiunta l’irriverenza dei giovani, spesso atleti pescati dal formidabile bacino degli italiani di seconda generazione: un’iniezione di contemporaneità senza la quale saremmo battuti in partenza. Stefano Mei, presidente della Federatletica dal gennaio 2021, prima di affrontare la sfida con Londra e Nairobi per il Mondiale 2029 (candidata è Roma, la decisione di World Athletics a metà settembre»), riflette sulla sfida vinta in Gran Bretagna.

Se dovesse spiegare il boom dell’atletica a un marziano, cosa gli direbbe?
«Che, per una volta, le promesse sono state mantenute. Gli atleti sono stati messi al centro del progetto, con le risorse necessarie. Società e territorio lavoravano bene però il drop out tra i 20 e i 23 anni era elevatissimo. Il nostro sistema sportivo è basato sul calcio, quindi sul tifo: bisognava trovare ragazzi per cui appassionarsi. Il materiale umano era ottimo, andava sostenuto. Da lì è partito un circolo virtuoso, che continua».

C’entra anche il fatto che durante il Covid, quando il pianeta si è fermato, l’atletica ha continuato a girare?
«Tutto lo sport è uscito dalla pandemia con le ossa rotte. La forza dell’atletica è l’aria aperta. Abbiamo sfruttato le nostre caratteristiche: i cinque storici ori di Tokyo nascono anche così».

Eppure l’Europeo, con la morte di Livio Berruti e gli infortuni di Jacobs e Furlani, due stelle assolute, sembrava partito malissimo.
«La moglie di Livio, Silvia, mi ha chiesto di vincere anche per lui. Un po’ di spinta ce l’ha data, oltre alla voglia di dimostrare che le 24 medaglie di Roma 2024 non erano un caso, anche quella coccarda nera che avevamo sul petto. Berruti, il primo sprinter a battere gli americani, ha inventato l’atletica moderna: ai giovanissimi, che non lo conoscevano, ho spiegato io chi era. Hanno capito».

Da ex campione d’Europa sui 10 mila (più argento sui 5 mila a Stoccarda ‘86), ci spieghi chi è Nadia Battocletti.
«Se Gimbo Tamberi è un alieno, Nadia fa un altro sport. È uscita dal Golden Gala con qualche dubbio, poi a Birmingham ha vinto due ori. Non è tanto la facilità con cui trionfa in Europa: il suo segno distintivo è la differenza di classe imbarazzante rispetto alle altre. Ai Mondiali di Pechino 2027 e ai Giochi di Los Angeles 2028 me la aspetto attaccata al Kenya».

La pepita della miniera che l’ha emozionata di più?
«Beh, durante la 4x400 per poco non mi veniva un infarto! Larissa ci aveva riportati in testa al medagliere ma gli inglesi non mollavano. L’oro in casa loro, con quel margine, vale la vittoria di un derby al novantesimo con un gol viziato da fallo di mano».

Santa marcia ci ha portato cinque medaglie in tre ore e mezza. Come si può difenderla dalla furia iconoclasta di World Athletics?
«All’Europeo di Roma, facendola arrivare dentro l’Olimpico, abbiamo dimostrato che la marcia può e deve essere trattata bene. Se ci daranno il Mondiale 2029, faremo la stessa cosa».

Insieme al peso sportivo, abbiamo acquisito anche quello politico? La candidatura di Roma batterà quelle di Londra e Nairobi?
«Abbiamo il sostegno del sistema-Paese: governo, Coni, Sport e Salute. Remiamo tutti nella stessa direzione. Al centro del budget (144 milioni di euro), come sempre gli atleti: per loro abbiamo previsto i migliori alberghi e trasporti, il trattamento che meritano. Londra ha finanziamenti privati, Nairobi sarebbe la prima volta dell’Africa. È una gara, e in gara non ho paura di nessuno».

L’Italia, intanto, ha solo tre palazzetti indoor per l’atletica (Ancona, Brescia e quello nuovo di Taranto) e due stadi con la pista, l’Olimpico e Napoli. Il ruolo della Fidal?
«Produrre talmente tanti risultati da invogliare le amministrazioni locali a investire nello sport che, più di ogni altro, contribuisce al welfare e alla cultura sportiva del Paese. Non servono otto corsie, per attirare i bambini ne basta una. E invece c’è chi deve disegnare le righe per terra sulla provinciale...».

La generazione Los Angeles è già qui, si lavora su Brisbane 2032, presidente, però lo sprint al maschile, senza Jacobs, è in sofferenza.
«C’è un buco generazionale: nei 100 siamo un po’ indietro. Però non abbiamo il bacino degli Usa e tra le donne c’è la fenomenale Doualla. Marek è giovane, Longobardi è promettente, sui 200 c’è Nappi. Lasciamoli crescere: lo stesso Jacobs, in fondo, è esploso a 27 anni».

Il tennis con Sinner minaccia il calcio: anche l’atletica insegue il pallone?
«Ma no, questa è una corsa che lascio agli altri. Io tifo Sinner ma non lo invidio a Binaghi. Sono mondi diversi: noi siamo uno sport globale. Di Sinner, in Nazionale, io ne ho quattro o cinque...».

19 agosto 2026, 07:15 - Aggiornata il 19 agosto 2026 , 07:18

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