Économie

«Ceramica, il nostro distretto a rischio Due vie: chiudere o produrre in India»

«Ceramica, il nostro distretto a rischio Due vie: chiudere o produrre in India»

Il distretto della ceramica sta diventando l’emblema dell’industria stritolata dai costi dell’energia. Ieri il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ne ha segnalato per l’ennesima volta il caso.

Davvero ci sono 40 mila posti di lavoro a rischio solo in Emilia-Romagna?
«È così. Tra area di Sassuolo e di Faenza le nostre aziende garantiscono 20 mila posti di lavoro che raddoppiano con l’indotto. Non lo diciamo noi ma uno studio dell’università di Reggio Emilia», risponde il presidente di Confindustria Ceramica, Augusto Ciarrocchi.

Colpa dell’impennata dei prezzi del gas necessario a cuocere le piastrelle?
«Questo è un fattore fondamentale ma adesso se ne è aggiunto anche un secondo».

Quale?
Esportavamo molto in Medio Oriente, ma con la guerra nel Golfo quel mercato si è chiuso. Sempre a causa della guerra le argille e i prodotti da cava arrivano da noi facendo viaggi pazzeschi. In alcuni casi circumnavigano l’intera Africa. Si figuri i costi».

Anche il prezzo del gas dipende dai conflitti.
«Esatto. Quando si è smorzato l’impatto della guerra in Ucraina eravamo scesi a un valore sostenibile. Oggi siamo a 48 euro/MWh ma in alcuni giorni siamo tornati anche a 50-60 euro. E nessuno sa cosa accadrà domani».

Il problema è che cuocere le piastrelle a 1.200 gradi inquina. E più CO2 emettete e più Ets vanno acquistati.
«Si, infatti. Il meccanismo per un po’ ha avuto senso. Per pagare di meno abbiamo investito in tecnologie e ridotto al minimo le emissioni. Ma adesso siamo al punto che più di così non possiamo fare. Le aziende più grandi possono pensare di trasferire la produzione in India. I più piccoli rischiano di chiudere».

Perché l’India?
«Sulle ceramiche cinesi ci sono dazi elevati, su quelle che arrivano dall’India i dazi sono solo del 6-7% e hanno un basso impatto. Le nostre piastrelle in Italia costano in media 15 euro al metro quadrato, le loro 5 euro».
Le nostre saranno di migliore qualità…
«Si, ma non basta».

Cosa servirebbe ad affrontare la situazione?
«Prima di tutto servirebbe che la Ue non faccia scattare il nuovo protocollo, ancora più stringente, sulle emissioni della CO2: comporterebbe esborsi ancora maggiori. Comunque secondo noi in questa situazione il meccanismo dell’Ets andrebbe semplicemente sospeso».

Ci sono aziende già in crisi?
«Diverse adottano la cassa integrazione. Contiamo sul supporto del sindacato per fare capire al governo e all’Europa la gravità della situazione».

27 mag 2026 | 06:55

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