La scrittrice canadese Anne Carson ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2026. Questo colloquio è tratto da «la Lettura» del 19 maggio 2024.
«La contraddizione fa bene alla mente» dice Anne Carson, grande scrittrice canadese che, con la sua opera, ha infranto gli schemi letterari intrecciando poesia, saggistica, filosofia, vissuti personali, musica, arti visive, con continui rimandi al mondo classico che nelle sue mani diventa una mappa viva per il tempo presente. Lontana da ogni ribalta, preferisce parlare soltanto attraverso la sua opera e risolvere, con quel tocco di ironia che lampeggia in molti suoi scritti, la sua biografia in una riga: «Anne Carson è nata in Canada e per mantenersi insegna greco antico».
Non stupisce che Elisabetta Sgarbi abbia pensato a lei l’apertura dell’edizione della Milanesiana dedicata alla timidezza, dove la scrittrice riceverà la Rosa d’oro. «Non credo di essere timida, forse apprezzo semplicemente la differenza tra cose pubbliche e cose private?» dice a «la Lettura» in uno scambio via email. «Ma riflettendo su questo aspetto in relazione all’antica lingua greca mi colpisce il fatto che non ci sia una parola per timidezza. Sospetto che i greci usassero la parola aidós, che significa vergogna. E forse questo ci dice qualcosa sulla differenza tra la sensibilità antica e la sensibilità moderna. La vergogna detta una morale e suggerisce un contratto sociale. La timidezza è chiusa nella psicologia personale».
L’incontro con il greco e gli autori classici risale alla giovinezza: «Un sabato, quando avevo circa 15 anni, stavo vagando senza meta in un centro commerciale di una città dell’Ontario — racconta — e mi sono imbattuta
in un’edizione bilingue dei frammenti di Saffo. Guardare quelle pagine, il greco antico a sinistra e la traduzione inglese a destra, mi convinse immediatamente che dovevo imparare questa lingua dall’aspetto strano. E, sempre per caso, un insegnante di latino della mia scuola si offrì di insegnarmi a leggere il greco, così all’ora di pranzo ogni giorno per un anno facemmo lezione insieme e poi andai all’università. Si può dire che quell’insegnante sia stato un angelo della mia vita».
Eppure, racconta, da bambina non aveva mai desiderato scrivere, ma solo disegnare: «Anche adesso mi rifugio nel disegno. O lo uso per scoprire idee per pensare e scrivere». L’intimità feconda con gli antichi, (oltre a Saffo, a cui deve il titolo di una delle sue opere più significative, Eros il dolceamaro, anche Catullo, Euripide, Stesicoro, e molti altri), si affianca, nell’opera di Carson, una corrispondenza con autori moderni, da Franz Kafka a Virginia Woolf a John Keats, chiamato in complicità, attraverso le epigrafi dei vari capitoli, in La bellezza del marito, un altro libro ibrido e audace, un saggio romanzato, romantico e feroce «in 29 tanghi» in cui l’inizio e la fine di un matrimonio, sono un ballo che «va portato avanti fino in fondo, senza esclusione di colpi».
L’incontro della Milanesiana celebra anche i 25 anni di uno dei suoi libri più conosciuti e amati, Autobiografia del Rosso, in cui Carson prende le mosse dalla Gerioneide, lungo poema lirico di cui sopravvivono un’ottantina
di frammenti, del greco Stesicoro, il poeta che «liberò l’essere» perché nella
sua opera «tutti gli elementi si animarono di vita propria». Gerione, è «uno
strano mostro alato e rosso», pacificamente dedito ad accudire la sua mandria di magici buoi rossi, finché un giorno Eracle, giunto dal mare, lo uccide per sottrargli gli armenti nella sua decima fatica. Carson trasforma Gerione in un quattordicenne dalla pelle vermiglia, con un paio d’ali
sulla schiena, alle prese con il primo, doloroso amore per il bello e sfrontato
Eracle.
«Mi attraggono gli autori che vogliono scendere nella profondità delle parole e trovare ciò che c’è veramente. Forse vene d’oro o d’argento o qualche
sostanza sconosciuta. È come un’attività mineraria» spiega la scrittrice. Dietro ogni testo il lettore percepisce un immaginario culturale ampio e ricco, capace di far risuonare molte note anche tra mondi lontani. «Mi piace fare ricerca, ma troppa rischia di produrre un testo noioso. Di recente ho usato il metodo delle operazioni casuali, raccomandato dal compositore John Cage per mescolare le cose» spiega.
La sua scrittura lavora molto sull’analogia, integrando l’esperienza della traduzione e lavorando su quello spazio che vuoto che si crea nel passaggio da una lingua, soprattutto se morta come il latino e il greco, a un’altra. «Eppure non si tratta di uno spazio vuoto — precisa l’autrice — ma di
uno spazio con input da entrambe le parti, che crea un “terzo disco”, come
dicono i Dj, cioè un’apertura non programmata per suoni inaspettati. Si possono davvero ascoltare entrambi i lati contemporaneamente».