Continui allarmi. Continui vertici. E poi quel Donald Trump che appare interessato solo a «rinominare» dopo stretti e laghi, anche la tecnologia. Basta con Intelligenza artificiale, vuole che si chiami Super Intelligenza. Attenzione a liquidarla come la passione di un politico più attento a se stesso che alle conseguenze dei suoi atti. Il messaggio è chiaro: l’Ai è americana, e siamo noi —anzi: io: ego — a deciderne il futuro. Al punto da dargli un nuovo nome, utile a battezzare un accordo, di pura portata «morale» per delimitarne l’azione affinché non diventi pericolosa per l’umanità. Nobile proposito: con un sospetto che si fa peccato a pensare. Che l’intesa sembra più tesa a proteggere da rischi di responsabilità chi l’Ai la fa e vende piuttosto che la collettività degli utenti dai molteplici rischi del suo uso.
A proposito di rischi, si sta diffondendo, come si sa, una reazione sociale avversa alla diffusione della Ai. Partita dagli Usa riguarda una gamma diversificata di interessi, individuali e collettivi, che i sistemi di Ai minaccerebbero. Dall’occupazione allo sviluppo cognitivo, al consumo di energia, alla salute dell’ambiente, agli equilibri finanziari. E anzitutto, naturalmente, alla sicurezza: sia quella «geopolitica» e delle infrastrutture (di reti di comunicazione, banche, centri ospedalieri) sia quella fisica delle persone.
Ecco, appunto: sicurezza fisica. E qui balza agli occhi una sorprendente lacuna, a livello internazionale (anche Usa: ma qui non è sorprendente), nella considerazione istituzionale dei rischi per l’incolumità delle persone connessi agli usi militari della Ai. E alla crescente difficoltà di controllarli via via che i sistemi più avanzati aumentano la capacità di assumere decisioni autonome. E persino di trasgredire agli stessi ordini dati dagli umani.
Ora, che i massimi rischi per l’incolumità umana vengano dagli usi militari è lapalissiano. E proprio per questo è sorprendente, appunto, che a livello istituzionale, nessun legislatore ne parli. Ancor più sorprendente rispetto alla «regolatrice Europa». Colpisce, infatti, l’assenza di una specifica disciplina, sia Ue sia nazionale, sui e limiti di uso di armamenti «guidati» da sistemi di Ai (e in particolare di quelli «agentici»; quelli cioè che non solo definiscono un obiettivo da colpire, bensì decidono autonomamente come/ rispetto a chi, colpirlo).
Il Regolamento europeo fondamentale in materia, l’Ai Act del 2024 (articolo 2, paragrafo 3) dispone che i sistemi di Ai per usi militari, e i relativi output, non sono soggetti al Regolamento stesso, che pure colpisce i rischi «assoluti». Ciò in base al principio secondo cui la sicurezza nazionale — articolo 4(2) del Trattato Ue — è questione di competenza dei singoli Stati. A sua volta, la legge nazionale sulla Ai, n. 132/2025, dispone analoga deroga all’articolo 6.1, salvo un generico richiamo al rispetto dei diritti fondamentali e delle libertà previste dalla Costituzione. A livello internazionale non è ancora in vista alcuna Convenzione sull’uso dell’Ai su tali armamenti (avvenne, ad esempio, per i gas tossici).Ed anzi è significativo che il Trattato del maggio 2024 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, volto a garantire il rispetto delle norme in materia di diritti umani, democrazia e Stato di diritto non si applichi alla difesa nazionale.
Non è chi non veda come questa voluta assenza di disciplina rappresenti un netto aggravamento rispetto alla tradizionale previsione di segretazione da parte dei ministeri della Difesa di invenzioni di interesse militare. Un «liberi tutti», dunque, per la gioia di quell’ industrial- military complex — oggi digital-military — contro cui mise in guardia nel 1962 nel discorso di addio (prudentemente: quello di addio) il presidente Eisenhower e, ai giorni nostri, Leone XIV, nella sua magnifica enciclica sulla Ai. Facciamo dunque voti per un ravvedimento operoso della Ue , confidando nel suo coraggio politico. Al quale pure si applica il detto di Alessandro Manzoni («Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare!»).
8 ott 2026 | 12:34