La mossa a sorpresa di Luigi Lovaglio non era stata messa in preventivo, almeno non nella forma di una doppia Ops su Banco Bpm e Banca Generali. Un doppio passaggio con cui Intesa Sanpaolo sta prendendo le misure per valutare come muoversi, anche se al momento non cambia nulla nella tabella di marcia dell’Opas su Mps. Quello che emerge è senza dubbio l’audacia del ceo del Monte, che ha messo sul tavolo del board due operazioni che per andare a segno richiedono il necessario consenso del Credit Agricole, primo azionista di Banco Bpm, da un lato, e di Generali dall’altro, con la banca francese che non più tardi di qualche settimana fa aveva bloccato il dialogo tra Mps e Banco Bpm, bocciando l’dea di un’integrazione Siena-Milano.
Immaginare una forzatura su un azionista che ha il 29,9% non è ipotizzabile: con in mano una minoranza di blocco, i francesi possono fermare piani di aggregazioni o operazioni straordinarie, rendendo vano il progetto di Lovaglio. Anche l’operazione su Banca Generali ha un precedente, quello di un anno fa quando l’allora ceo di Mediobanca, Alberto Nagel per difendersi dalla scalata di Mps aveva preparato un’offerta sulla società di asset management di Trieste, poi ritirata dopo aver capito che il board di Piazzetta Cuccia non lo avrebbe appoggiato. Ora la situazione è diversa, il cda di Mediobanca è espressione di Mps, anche se l’assetto è stato deciso dal precedente consiglio in cui c’era un altro equilibrio rispetto all’attuale. Ma l’operazione resta comunque non di facile esecuzione.
Anche quella su Bpm non lo è. Tutto, o quasi, dipende dall’Agricole, che potrebbe decidere in modo opportunistico di approfittare della situazione. L’ipotesi di un accordo di «spartizione» di Banco Bpm viene ritenuto possibile da molti osservatori, che ricordano quanto avvenne in occasione della fusione tra Banca Intesa e il San Paolo di Torino, quando i francesi ottennero Cariparma e Friuladria (più altri asset) per uscire dall’azionariato. In questo caso la contropartita potrebbero essere le filiali, un accordo commerciale di distribuzione dei prodotti su tutta la rete Mps-Banco Bpm (in cui rientra anche Anima), o altro che potrebbe rientrare nel perimetro «sensibile» ai fini Antitrust.
Sarebbe un po’ un paradosso: per evitare di veder smembrata Montepaschi, con gli sportelli che andrebbero a Unipol, c’è il rischio che sia Banco Bpm a dover passare per un break up e sparire. E oltre a Mps si rafforzerebbe così anche la posizione dell’Agricole. Sullo sfondo resta la sensazione che Lovaglio stia cercando di ostacolare Intesa e Unipol per ottenere un rilancio. In queste ore si starebbe valutando la vicenda anche dal punto di vista legale, con una possibile richiesta di intervento della Consob per valutare gli effetti sul mercato delle parole e delle mosse del ceo di Siena. Non sfugge che un altro importante risvolto dell’operazione riguarda Generali e i suoi equilibri. L’idea di cedere quote del capitale della compagnia triestina, che una volta completata la fusione con Mediobanca finirà in pancia a Mps, toglie dal tavolo una pedina preziosa, se non la più preziosa, del risiko.
Con la politica che ha alzato nelle ultime settimane il livello di attenzione su Siena, in alcuni casi con un allineamento tra le posizioni di maggioranza e opposizione a difesa di Mps, Lovaglio potrebbe trovare un contesto favorevole per manovrare su Banco Bpm, su cui la Lega ha da sempre grande attenzione, anche se questa operazione pone un’importante incognita sul destino di Piazza Meda. La strada è ancora lunga e gli ostacoli non mancano né per Lovaglio né per Intesa. Per il ceo di Mps c’è anche da superare l’ostacolo dell’assemblea, da cui deve ottenere il consenso per far partire la manovra essendo sotto passivity rule dopo l’annuncio dell’Ops da parte di Ca’ de Sass.
21 ago 2026 | 07:16