Economia

Italia, 4,8 milioni di imprese e appena 4 addetti in media: ricchezza o freno alla crescita?

Italia, 4,8 milioni di imprese e appena 4 addetti in media: ricchezza o freno alla crescita?

Prato davanti a Milano, Rimini sul podio, Fermo e Macerata tra le province più intraprendenti. La nuova fotografia della Cna restituisce l’immagine di un’Italia che continua a produrre attraverso una rete capillare di distretti, laboratori, attività commerciali e aziende familiari. Quasi 4,8 milioni di imprese, circa 18,9 milioni di addetti e una dimensione media di appena quattro occupati. Numeri che raccontano insieme un punto di forza e una fragilità: la diffusione dell’iniziativa economica, ma anche la difficoltà di tante aziende a crescere abbastanza per investire, innovare e competere.

La questione non è stabilire se le piccole imprese siano un bene o un male. Senza di loro, intere filiere del made in Italy e molte economie locali perderebbero il proprio motore. Il problema emerge quando la piccola dimensione non rappresenta una scelta efficiente, ma una condizione permanente: aziende capaci di sopravvivere, ma troppo fragili per assumere personale qualificato, adottare nuove tecnologie o affrontare il passaggio generazionale.

Lo studio dell’Area Studi e Ricerche Cna mostra quanto il sistema produttivo sia distribuito sul territorio. Nelle 14 città metropolitane concentrano il 38,1% delle imprese e il 43,3% degli addetti: la maggioranza delle attività economiche si trova dunque al di fuori. Nell’ultimo decennio, secondo l’associazione, le imprese sono aumentate di circa 400 mila unità e gli addetti di quasi 2,8 milioni. 

In testa alla classifica della densità imprenditoriale figura Prato, con 112,4 imprese ogni mille abitanti, seguita da Milano con 110,6 e Rimini con 105,5. Seguono Firenze con 98,2, Fermo con 95,5, la Valle d’Aosta con 94,3, Padova e Lucca con 93,9, Macerata con 93,1 e Roma con 92,1. La media nazionale è di 80,6 imprese ogni mille abitanti. All’estremo opposto si collocano il Sud Sardegna, con 53,4 imprese ogni mille residenti, Enna, Caltanissetta, Agrigento, Taranto, Siracusa e Crotone.

Ma avere più aziende non significa automaticamente essere più ricchi o produttivi. L’indicatore misura il numero di imprese rispetto alla popolazione, non fatturato, salari o valore aggiunto. Un territorio può avere molte attività perché ospita un distretto dinamico, oppure perché il suo sistema economico è frammentato in unità molto piccole.

Il caso di Prato è emblematico. Il primato riflette la forza del distretto tessile, la diffusione delle microimprese e il contributo dell’imprenditoria straniera. Una precedente analisi Cna indica che gli addetti delle aziende artigiane rappresentano il 31,6% dell’occupazione provinciale, la quota più elevata d’Italia. Ma la Banca d’Italia osserva che a Prato il valore aggiunto è leggermente diminuito tra il 2019 e il 2013 e che in Toscana la forte presenza di micro e piccole imprese si associa a livelli medi di produttività inferiori. Molte aziende, dunque, non equivalgono necessariamente a maggiore crescita.

Secondo l’Ocse, le microimprese e piccole aziende assorbono oltre il 60% dell’occupazione italiana, contro circa il 40% in Francia e Germania. L’Istat rileva che, nell’industria e nei servizi di mercato, le imprese con almeno 250 addetti concentrano il 25,5% degli occupati in Italia, mentre in Francia e Germania la quota raggiunge il 45-46%. Il problema italiano, quindi, non è avere molte piccole aziende, ma troppo poche imprese capaci di crescere.

La dimensione diventa decisiva nell’innovazione. Nel 2025, secondo l’Istat, il 53,1% delle grandi imprese utilizzava tecnologie di intelligenza artificiale, contro il 15,7% delle piccole e medie aziende. La rilevazione considera soltanto le imprese con almeno dieci addetti: restano quindi escluse proprio le microimprese sotto quella soglia. Le grandi aziende, inoltre, sostengono oltre il 44% della spesa italiana in ricerca e sviluppo, secondo l’Ocse.

Un altro ostacolo è il credito. Nelle Marche, rileva la Banca d’Italia, a marzo 2026 i prestiti alle imprese medie e grandi crescevano dell’1,4%, mentre quelli alle piccole diminuivano del 7,1%. L’Ocse segnala inoltre che le imprese familiari rappresentano l’83% delle aziende italiane con meno di dieci addetti: questo modello può assicurare continuità, legame con il territorio e trasmissione delle competenze, ma rischia di diventare vulnerabile se mancano eredi, manager qualificati o capitali per crescere.

Il nodo, infine, è anche geografico. Le province più intraprendenti si concentrano soprattutto nel Centro-Nord, mentre molte aree meridionali soffrono per infrastrutture carenti, spopolamento e minore accesso al credito. Secondo l’Ocse le piccole imprese delle regioni meno sviluppate sono mediamente circa il 20% meno produttive di quelle delle aree più avanzate. Le aziende diffuse sul territorio restano un «presidio economico, sociale e occupazionale essenziale», sottolinea il presidente Cna Dario Costantini.

 La sfida è conservare la ricchezza dei propri territori senza trasformare la frammentazione produttiva in una condanna: mantenere la vitalità delle piccole imprese, ma permettere a quelle migliori di diventare più solide, più innovative e, quando serve, più grandi. 

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