Andy Burnham dev’essere un gran romantico. E, come lui, nei giorni scorsi anche il suo partito è sembrato attraversato da caldi ricordi del passato. Al congresso annuale del Labour Party, in un discorso emozionante e umido di lacrime, il primo ministro britannico ha sollevato la possibilità per il Regno Unito di tornare indietro dieci anni, prima di quel 23 giugno 2016 quando i cittadini votarono per la Brexit. Non è garantito che spinga in quella direzione, ci sarebbe un Everest da scalare per rientrare nella Ue, però non l’ha escluso, non gli dispiacerebbe. Ma ciò che si è visto alla conferenza dei laburisti a Liverpool non è solo un ritorno ai tempi (non esaltanti) pre-Brexit: non sono mancati parecchi riferimenti ai minatori (sconfitti da Margaret Thatcher negli Anni Ottanta), alla gloriosa salsa nazionale HP (dove le iniziali sono quelle di Houses of Parliament) e alla retorica del grande Nord dell’isola (dal quale Burnham viene, ex sindaco della prima città della rivoluzione industriale, Manchester). Ciò che più conta, però, sono i contenuti, soprattutto quelli di politica economica apparsi un po’ datati, al punto che il primo ministro laburista del passato più citato non è stato, per dire, un Clement Attlee o un Tony Blair: è stato Harold Wilson, il quale nel 1963, prima di entrare al numero 10 di Downing Street, parlò di una nuova Gran Bretagna da forgiare nel «calore bianco della tecnologia» ma poi finì, da primo ministro, a svalutare la sterlina nel 1967.
L’idea di Burnham è infatti di perseguire la reindustrializzazione con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. In un Paese che l’obiettivo di rilanciare la manifattura se lo sente dire da quando, negli Anni Settanta, circolava la battuta: «Come si fa ad aprire una piccola impresa in Gran Bretagna? Se ne apre una grande e si aspetta».
Il nuovo Cancelliere dello Scacchiere, John Healey, parla di «nuova età dell’industrializzazione» ma, per ora, in concreto ha promesso sei miliardi di sterline ai cantieri navali per nuovi vascelli e poco altro. È che l’economia del Regno fatica enormemente a reindustrializzarsi: le tasse sono in aumento, di 75 miliardi di sterline tra 2024 e 2025, con il numero di balzelli al massimo storico dai tempi delle guerre napoleoniche; il costo dell’energia è tra i più alti, così come il costo del lavoro. Healey dice che da Cancelliere dello Scacchiere sarà guidato dalla lampada da minatore di quando faceva il sindacalista. In un Paese che ha i punti di forza nella finanza, nei servizi a essa legati, nella scienza e nel medicale del triangolo Londra-Cambridge-Oxford, nelle startup. Per Burnham, la crescita economica non è, palesemente, al primo posto anche se l’economia è anemica: parla di «crescita buona», dove buona non si capisce cosa sia se non che indica un diminutivo.
L’idea di (forse) tornare nella Ue ha come retroterra la convinzione che i problemi britannici siano nati con la Brexit e che quindi li si possa superare tornando nell’Unione europea.
In realtà, i guai dell’economia sono precedenti al 2016, provocati in buona parte da scelte dei governi conservatori (politiche verdi estreme, sovranità, clima) e del governo laburista di Keir Starmer (aumento delle tasse e della burocrazia per le imprese). È vero che la Brexit è stata un costo per il Paese: secondo alcuni economisti ha ridotto il Pil di otto punti percentuali, secondo altri di 2,5, ha reso più difficile il commercio e gli scambi anche intellettuali con il continente. Ma non è stata il disastro che molti prevedevano: la City di Londra è ancora l’unica piazza internazionale d’Europa, le grandi banche non se ne sono andate, le startup prosperano, la ricerca scientifica è rimasta e cresciuta; ora se ne vanno parecchi milionari ma non a causa della Brexit, a causa delle tasse imposte da Sir Keir, il predecessore di Burnham.
La Brexit non ha realizzato la magia che i suoi propugnatori promettevano. E nemmeno rimangiarsi la Brexit produrrà una magia. Anzi, aprire formalmente un processo di adesione creerebbe un caos forse ancora maggiore di quello seguito al 2016: battaglie politiche feroci, distrazioni da ciò che serve ai cittadini, un confronto teso con Bruxelles e tra gli elettori la crescita di un senso di umiliazione che non garantirebbe affatto la vittoria del sì al referendum sul rientro. Non è tornando nella Ue che a Londra i governi saranno migliori: solo più nostalgici.